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Le opere

 

L’Appendix Vergiliana

Con il titolo Appendix Vergiliana l’umanista Giuseppe Giusto Scaligero pubblicò nel 1573 una raccolta di componimenti, che si venne formando nel I secolo d.C., alcuni dei quali furono considerati opere giovanili di Virgilio nelle biografie di Donato e di Servio. Oggi il dibattito critico sulla paternità di queste opere può ritenersi quasi del tutto concluso: la maggior parte degli studiosi tende a negarne l’attribuzione al giovane Virgilio.

Sicuramente non appartengono alla Appendix:

-     Maecenas o Elegiae in Mecenatem, due carmi in distici elegiaci in cui si compiange la morte del ministro di Augusto, successiva a quella di Virgilio poiché la morte di Mecenate è successiva a quella di Virgilio.

-     il De institutione boni viri e il De est et non, che sono invece da attribuirsi al poeta gallico Ausonio, nei cui codici esse vengono tramandate;

-      il De rosis nascentibus, attribuibile sempre ad Ausonio, benché alcuni avanzino ipotesi che il poeta sia un anonimo del IV o del V sec. d.C.

 

a) Cataleptòn

Sotto il titolo di Cataleptòn (dal greco katà leptòn, «[poesie] alla spicciolata») si trovano raccolti 15 brevi componimenti, in distici elegiaci o in metri giambici che, nei temi, sono vicini alla produzione poetica neoterica. Di questi, la critica ha riconosciuto come genuinamente virgiliani soltanto due carmi: il V, in cui il poeta dà l’addio alla retorica e alla poesia per rivolgersi completamente allo studio della filosofia epicurea, e l’VIII, ambientato a Napoli, contenente il saluto alla villa di Sirone in cui il poeta, dopo la morte del maestro, si trasferisce con il padre ormai cieco. Si giudicano sicuramente spuri il componimento XV, per alcuni scritto dall’editore della raccolta, l’amico Vario, e il XVI, legato ad una cattiva tradizione codicistica. Per i restanti componimenti, la critica si è divisa tra i sostenitori della paternità in toto del Cataleptòn, e coloro che propendono invece per attribuire a Virgilio solo alcuni di questi brevi epigrammi.

 

b) Ciris

Ciris è un poemetto di contenuto mitologico dalle forti connotazioni elegiache e alessandrine. Nei 541 versi che lo costituiscono viene narrata la storia di Scilla, figlia di Niso, re di Megara, la quale, innamoratasi di Minosse, re di Creta e nemico del padre, non esita a tagliare una ciocca rossa di capelli del genitore, alla quale era legato il destino di salvezza della città. Espugnata Megara, Minosse respinge l’amore della ragazza abbandonandola ai flutti marini dopo averla legata alla prua della sua nave. Gli dei, impietositi dalla sorte della fanciulla, la trasformano in airone (ciris), destinandola per l’eternità ad essere inseguita dal padre Niso, a sua volta trasformato in aquila marina. Risulta evidente che l’ignoto autore del Ciris si sia ispirato in parte ad Ovidio e in parte allo stesso Virgilio, del quale ha ripreso non pochi luoghi poetici. La composizione dell'epillio è stata quindi collocata fra l’età di Tiberio e la fine del secolo I d.C.

 

c) Culex

Il Culex, epillio di 414 esametri, racconta la storia di un pastore, il quale, portati i suoi armenti al pascolo, si addormenta all’ombra di un albero. Il pastore sarebbe stato ucciso dal morso di una serpe se una zanzara (culex), pungendolo, non lo avesse svegliato. Destatosi, però, l’uomo uccide la zanzara e questa di notte gli appare in sogno per rimproverarlo della ingiusta fine. L’indomani il pastore decide di seppellire la zanzara e innalzarle una piccola tomba con un epitaffio alla memoria. Pur essendo nota dalla tradizione una composizione giovanile virgiliana recante lo stesso titolo, tuttavia non si ha la certezza che l'epillio a noi pervenuto sia proprio quello virgiliano. In ogni caso, la paternità del componimento è da attribuire ad un poeta dell’epoca di Tiberio o di Claudio.

 

d) Dirae e altri poemi

Nei manoscritti che ci hanno tramandato l’Appendix Vergiliana, le Dirae e il poemetto Lydia, sono trascritti come un’unica lunga opera. Oggi, sulla scorta di riflessioni stilistiche, è necessario considerare separatamente i due componimenti.

Sotto il titolo di Dirae («Maledizioni») è da riconoscere il poemetto di 103 esametri, in cui un proprietario terriero protesta contro un tale di nome Battaro, a seguito delle confische delle sue terre. Nonostante il tema trattato sia caro a Virgilio, l’autore non può essere il poeta mantovano, proprio perché il componimento risulta animato da uno spirito antivirgiliano, che esalta piuttosto gli atteggiamenti ribelli e politicamente schierati. Gli studiosi moderni sono concordi nell’attribuire il componimento ad un anonimo autore vissuto non oltre il principato augusteo.

Anche per la Lydia, la paternità virgiliana è da escludere. Infatti, il poemetto appare essere una vera e propria elegia, dove un altro poeta-pastore lamenta di dover lasciare la donna amata, Lidia. Il genere elegiaco si sarebbe sviluppato solo successivamente e, come tale, risente delle influenze sia del Virgilio maggiore che di Tibullo e Properzio.

La Copa è un breve idillio in distici elegiaci, dal tono frivolo e ricco di volgarismi, in cui un’ostessa siriaca, danzando sulla strada, descrive ai passanti le attrattive della sua taverna. Numerose e notevoli sono le somiglianze stilistiche con le Elegie di Properzio; la Copa, dunque, deve essere un’opera composta necessariamente dopo il 16 a.C., data di pubblicazione del quarto libro delle Elegie di Properzio.

L’Aetna è un poemetto scientifico-didascalico, lungo 645 esametri, di forte ispirazione lucreziana; in esso viene affrontato il tema delle eruzioni del vulcano siciliano e dei terremoti ad esso legati. Già nell’antichità Servio lo aveva considerato un componimento virgiliano; gli studiosi moderni, invece, concordano nel collocare questo poemetto nell’età di Nerone, sia per ragioni di stile, sia perché l’Aetna non può essere stato scritto dopo il 79 d.C., anno dell’eruzione del Vesuvio: tale evento non è minimamente citato nell’opera, anzi la zona dei Campi Flegrei, vicino al Vesuvio, viene detta spenta da anni.

Nel poemetto in esametri Moretum (il termine denotava una torta rustica a base di formaggio, aglio ed erbe piccanti) il contadino Simulo si prepara una rustica colazione prima di avviarsi al lavoro. La raffinatezza e la ricercatezza di questi 122 versi rimandano all'Ovidio delle Metamorfosi; per cui gli studiosi moderni ritengono l'opera post-ovidiana.

Con il nome di Priapea, si riconoscono tre componimenti rusticani incentrati sulla figura del dio Priapo, custode degli orti, che viene presentato in atteggiamenti osceni.

 

Le Bucoliche

L’opera che dette a Virgilio la fama e nella quale, per la prima volta, si dispiega la sua poesia, è rappresentata dalle Bucoliche («Canti pastorali», dal sostantivo greco bukólos, «pastore, mandriano, bovaro») o Ecloghe («Poesie scelte»). Si tratta di 10 componimenti in esametri, di argomento pastorale, composti tra il 42 e il 39 a.C. e disposti dall’autore secondo un criterio estetico e senza alcun ordine cronologico. La grandezza di quest’opera virgiliana e, allo stesso tempo, il superamento del modello teocriteo seguito da Virgilio, risiede nell'intensa partecipazione del poeta alla propria materia. Egli esalta la serenità e la pace della vita bucolica, il senso profondo dell'amicizia, che però si scontrano con la realtà amara della vita e con l'amore inteso come passione sconvolgente. Nelle Bucoliche sono trasfigurati in linguaggio poetico i precetti di vita propri della filosofia epicurea ("vivi appartato", "vivi in segreto"), gli stessi che spinsero il poeta ad evadere dalla realtà dolorosa della vita quotidiana per rifugiarsi in un paesaggio amoenus quale quello dei suoi pastori. La disposizione dei dieci carmi all'interno della raccolta prevede l’alternanza di ecloghe mimiche (quelle dispari, che riportano direttamente i dialoghi tra i pastori e che, come riferisce Donato, furono addirittura recitate come mimi da attori-cantanti) a quelle in forma narrativa (le ecloghe pari); all'interno dei componimenti il poeta si sofferma su problematiche di varia natura: dalla confisca delle terre a favore dei veterani (I e IX), al tema dell'amore infelice (II e X), all'encomio di tipo storico-politico (IV), al valore e all'importanza della poesia (VI), per finire con le gare poetiche fra pastori, attraverso la trattazione del topos del canto «amebeo» (III, VII e VIII).

 

Le Georgiche

Le Georgiche (più precisamente Georgicon libri, «Libri di argomento agricolo»), costituiscono un poema didascalico in 4 libri composto fra il 38 e il 29 a.C. Tale componimento persegue gli intenti previsti dalla politica augustea, volta a far rifiorire l’agricoltura italica e a ricostituire quella classe di piccoli coltivatori che era stata dissestata dalle guerre civili.

I quattro libri del poema si dispongono a coppie: il I e il II trattano della coltivazione dei cereali e degli alberi da frutto, il III e il IV dell’allevamento del bestiame e della cura delle api. Ogni libro, poi, è concluso da una digressione: i presagi delle guerre civili, l’elogio della vita rurale, la peste fra gli animali nel Norico, la storia di Aristeo e delle sue api e, al suo interno, quella di Orfeo ed Euridice. Non mancano le lodi rivolte ad Ottaviano e a Mecenate: il primo viene esaltato nel proemio del I e del III libro e alla fine del poema; il secondo viene ricordato al principio di tutti i libri. Nelle Georgiche i precetti epicurei, di cui invece sono impregnate le Bucoliche, sono superati da una nuova e più complessa sensibilità che nasce dalla comprensione da parte del poeta dell’uomo, delle sue passioni e dei suoi doveri: l’idea culminante è sempre quella della pace, ma non più l’egoistica pace epicurea, cercata nel rifugio di una mitica Arcadia, bensì la pace operosa, realizzata fra gli uomini, consacrata dall’osservanza delle consuetudini, delle leggi, delle istituzioni civili.

 

L’Eneide

Virgilio si accinse alla composizione dell’Eneide, 12 libri per un totale di quasi 10.000 esametri, già nel 29, subito dopo aver portato a termine le Georgiche. Come si ricava dal proemio al libro III delle Georgiche, dovette progettare dapprima un poema che celebrasse la gloria di Augusto e della sua casata sullo sfondo degli avi troiani, per poi porre in primo piano Enea, il fondatore della stirpe romana, padre di quell’Ascanio o Iulo, considerato il capostipite della gens Iulia.

Quella tratteggiata da Virgilio è una nuova figura di eroe: il pius Aeneas da un lato presenta tratti dell’eroe arcaico, del guerriero sensibile all’ira e più in generale alle passioni, dall’altro dimostra qualità come la devozione verso il padre, il senso di responsabilità verso i compagni, l’humanitas e la clementia grazie alle quali la stirpe che discenderà da lui supererà per pietas uomini e dei. In Enea è ben evidente la lacerazione fra gli impulsi del momento e il senso di una missione da compiere. Con l’Eneide Virgilio si ricollega a Omero, ricalcandone in ordine inverso entrambi i poemi: fa corrispondere la prima parte dell’Eneide (i primi sei libri, relativi ai viaggi di Enea prima di giungere nel Lazio) all’Odissea, la seconda parte all’Iliade. Non manca l’influsso della perduta epica latina arcaica, con il Bellum Poenicum di Nevio e gli Annali di Ennio, le tragedie di Euripide, modello soprattutto per la compassione provata verso i giovani innocenti che muoiono prematuramente, e Apollonio Rodio, il poeta alessandrino, la cui Medea ha ispirato la descrizione virgiliana della tormentata figura di Didone. Per il materiale erudito va segnalato anche il debito verso le ricerche antiquarie di Varrone e di altri studiosi, sebbene il poeta si dimostri pronto a inventare nuovi sviluppi narrativi e a contaminare tradizioni diverse. E comunque è innegabile il nuovo gusto epico di Virgilio soprattutto perché, data la particolare sensibilità dell’autore, «l’accento è spostato molto più decisamente che in Omero dai fatti esteriori a quelli interni, dal dato fisico a quello spirituale» (R. Heinze). Notevole anche la capacità di Virgilio di aver fuso il suo atteggiamento spirituale, antieroico ed elegiaco, con la necessità di cantare in forma epica le glorie di Roma: il risultato è la creazione di un nuovo valore dell'epos e di un poema essenzialmente originale e moderno.

Virgilio Marone, Publio

Andes (Mantova) 70 a.C. – Brindisi 19 a.C.

 

 

 

 

La vita

Publio Virgilio Marone nacque da Magia Polla e da Virgilio Marone nel 70 a.C. ad Andes, un piccolo villaggio nei pressi di Mantova, forse l’odierna Pietole, da una famiglia di condizione sociale non molto elevata ed appartenente alla piccola borghesia locale, romanizzata piuttosto di recente. Il padre possedeva un podere lungo le rive del Mincio e qui crebbe il giovane Virgilio che, nonostante la modesta condizione sociale, ricevette un’educazione molto accurata. La sua formazione ebbe inizio a Cremona, dove frequentò la scuola di grammatica, e dove, a quindici anni, prese la toga virile. Fra il 55 e il 50 a.C., si trasferì da Cremona a Milano e poi a Roma, dove fu discepolo del retore asiano Elpidio, il quale annoverava tra i suoi discepoli altri giovani, fra cui Marco Antonio ed Ottavio, il futuro Ottaviano Augusto. Dopo aver sperimentato senza troppo successo l’eloquenza, decise di dedicarsi agli studi filosofici e in particolare ai precetti epicurei che ebbe l’opportunità di approfondire a Napoli dove fiorivano le scuole di Filodemo di Gadara e del suo futuro maestro, Sirone. Qui il poeta divenne intimo amico di Vario Rufo e Plozio Tucca, i futuri curatori della prima edizione dell’Eneide, e conobbe altri illustri rappresentanti della cultura del tempo, quali Orazio, Catullo, Elvio Cinna e Cornelio Gallo. In questi anni inizia ad esprime la sua vocazione poetica: è in questo periodo che, probabilmente, Virgilio scrive alcune delle composizioni che entreranno a far parte della raccolta oggi conosciuta col nome di Appendix Vergiliana. Nel 43 a.C., dopo quel primo soggiorno napoletano, Virgilio fece ritorno ai suoi poderi mantovani dove fu dolorosamente toccato dalle tumultuose vicende politiche. Solo grazie all’intervento dell’amico di gioventù, Asinio Pollione, che ricopriva l’incarico di distribuire le terre ai veterani, e all’intercessione di influenti protettori come i poeti Cornelio Gallo e Alfeno Varo, Virgilio poté in un primo tempo sottrarre le sue terre all’esproprio. Terre che, tuttavia, perdette un anno più tardi in favore dei veterani di Ottaviano, per i quali si era rivelato insufficiente il territorio di Cremona. Di questi eventi se ne trovano frequenti tracce nell’opera che Virgilio compose tra il 42 e il 39 a.C. durante il suo soggiorno partenopeo, le Bucoliche, componimento che lo impose all’attenzione di Mecenate e gli valse il favore di Ottaviano. Catullo e Lucrezio erano intanto scomparsi e soltanto la poesia alessandrina, con Cornelio Gallo, conservava ancora un certo splendore, mentre Orazio iniziava allora a scrivere le satire. Negli anni successivi Virgilio poté dedicarsi alla composizione delle Georgiche, compiute fra il 37 ed il 30 a.C. Secondo la tradizione quest’opera fu letta dal poeta stesso ad Ottaviano allorché, tornando dall’Oriente dopo la vittoria conseguita ad Azio su Antonio e Cleopatra, il principe fu costretto da un malanno ad una sosta presso Atella (l’odierna Orta di Atella, Caserta). Qui Virgilio avrebbe letto i libri della sua opera per quattro giorni consecutivi. A seguito di questo episodio Virgilio fu scelto quale cantore del nuovo impero. Negli anni tra il 29 e il 19 a.C. Virgilio si dedicò completamente a quella che doveva essere la sua opera più importante e alla quale attese fino alla fine della sua vita, l’Eneide, un poema annunciato e decisamente molto atteso. Già nel 27 a.C. Augusto ne chiedeva notizia, ma solo nel 22 a.C. Virgilio gliene lesse alcune parti. Nel 19 a.C. la prima stesura era finita. Prima di procedere a quella definitiva, Virgilio decise di intraprendere un viaggio attraverso la Grecia e l’Asia allo scopo di arricchire la propria cultura e, allo stesso tempo, di visitare i luoghi descritti nel poema.

Ad Atene il poeta incontrò Augusto, di ritorno dalle province orientali, il quale, notate le sue precarie condizioni di salute, lo persuase a tornare in Italia. Sulla strada del ritorno, verso le coste italiane, a séguito di una breve visita a Megara, lo stato di salute del poeta si aggravò. Sbarcato a Brindisi, in fin di vita, prima di morire il poeta chiese che il manoscritto dell’Eneide, opera imperfetta e incompiuta, venisse bruciato. Vario e Tucca, a cui Virgilio lasciava tutti i suoi scritti, seguendo le indicazioni di Augusto, scelsero di non rispettare le volontà dell’amico e approntarono l’edizione del poema perché fosse finalmente pubblicato. I resti del poeta furono trasportati nell'amatissima Campania, lungo la via di Pozzuoli, sulla collina di Posillipo. Sulla sua tomba vennero incise nella pietra le parole che, secondo quanto tramandatoci da Donato nella sua Vita, lo stesso Virgilio morente avrebbe dettato il distico: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Parthenope: cecini pascua, rura, duces, ossia “Mantova mi dette la vita, i Calabri me la tolsero, ora mi tiene Partenope: cantai pascoli, campi, condottieri”, intendendo con il termine Calabri gli abitanti della penisola salentina, con riferimento a Brindisi, il luogo della morte, e con Parthenope la ninfa Partenope, e dunque Napoli.

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